Ogni crisi economica genera cambiamenti e nuovi assetti nell’organizzazione sociale e nei rapporti tra le persone

Ogni crisi economica genera cambiamenti e nuovi assetti nell’organizzazione sociale e nei rapporti tra le persone

- 4 luglio 2014

 

Ho vissuto, percependone i tratti, la crisi degli anni settanta come il primo terremoto sociale. Sembrava fosse svanito il sogno del boom economico del dopoguerra, mentre davanti a noi emergevano problematiche nuove, come: risparmio energetico, ecologia, diversa e migliore giustizia sociale. Il tutto era caratterizzato, come in tutte le fasi di cambiamento, dall’alta tensione nei rapporti tra le varie classe sociali.

Usciti da quella crisi siamo entrati nei primi anni ottanta.
Sembrava avessimo trovato la formula magica per far star meglio tutti. Si diceva che il denaro “girava”. Ad un certo punto quel sistema esplose in tutta la sua drammaticità. Tangentopoli ne fu l’emblema e mise a nudo la fragilità di un progetto politico che si basava sulla distribuzione a destra e a manca di risorse, nella realtà, inesistenti. Da quel momento iniziammo a sentir parlare di “debito pubblico”.
Nel mezzo di questi segnali, si profilava a breve la formazione degli Stati Uniti d’Europa. Ciò portò molti a pensare che i nostri problemi sarebbero stati risolti.
Ripartimmo così negli anni novanta con slogan decisamente efficaci: meno tasse, il nord libero, etc.

Su questa lunghezza d’onda si inserì l’idea che, nonostante che il debito pubblico continuasse a salire, attraverso “la fiducia”, “la speranza”, “la gioia”, “meno stato e più mercato” saremmo potuti diventare tutti ricchi. Bastava volerlo.
In questo frangente passò inosservata la rivoluzione della Germania, la quale prendendo coscienza della grave crisi ha attuato una grande rivoluzione sociale, mettendo al centro della loro vita la qualità sociale, a fronte di una maggiore qualità industriale.

Noi eravamo impegnati a diventare ricchi (?) ma pochi ci riuscirono, anzi solo uno. Il boom edilizio e una produzione industriale di quantità non ci ha fatto capire che più che industriali, non tutti, eravamo dei contoterzisti.

Arriva la crisi finanziari del 2008 [regalo americano] ed esplode la concorrenza della Cina che mette in ginocchio un po’ tutto l’occidente, ma in particolare l’Europa e nello specifico l’Italia.

Dell’Europa, però, è la Germania l’unica nazione che non solo ha retto, ma ha migliorato la sua condizione esportando tecnologie in tutto il mondo. Unica nazione che ha compreso come andava giocata la partita della globalizzazione. Che, detto così, sembra un’analisi scontata e demagogica.

Ritengo che la vera vittoria del sistema Germania sia avvenuta nell’ambito di una politica che non si è fatta sostituire, come negli Stati Uniti, dall’illusione che il mercato del credito, quindi delle banche, potesse essere il generatore di prosperità sociale del terzo millennio.

Oggi da più parti del mondo occidentale, e l’elezione negli Stati Uniti di Obama ne è la conferma, si chiede alla politica di riaffermarsi, rimettendo regole ad un sistema che si è visto essere in mano a pochi soggetti che, proprio perché appartenenti a élites ristrettissime ed esclusive, possono rivelarsi pericolosi.

La domanda quasi ovvia per chi legge queste parole è: come saremo cambiati dopo questa crisi?
Ritengo che non ci sarà un’unica identità sociale. Penso invece che le persone abituate a condividere valori sui quali ogni popolo sviluppa e costruisce le sue relazioni creeranno, istintivamente, delle “micro-società delle relazioni”.
In esse si condivideranno visioni che porteranno a interscambi economici di servizi e prodotti, adeguati ai diversi stili di vita delle persone.